Racconto: “In gabbia”

Sotto, un mio racconto selezionato tra i finalisti dell’edizione 2009 del premio nazionale Gutenberg

Ogni mattina la stessa storia. Mi alzavo, andavo al bagno. Mi guardavo allo specchio e pensavo “Cristo, si ricomincia. E ora?”

“Cosa conta?” mi chiesi mentre uscivo di casa. “Il reale”. Camminavo per strada, fuori contesto. Destinazione ufficio. Cercavo le spallate dei passanti, mi serviva una prova che fossi vivo. Perché non ero concentrato sul mio dovere di lavoratore come tutti gli altri? Perché non ne ricavavo nessuna soddisfazione. “Conta quello che passa inosservato” mi dissi. Un cane che fissa la strada sudando con la lingua penzoloni. Una vecchia pensierosa sul bus, la testa che va al nipote. Non si fa sentire da molto tempo, gioia di nonna. Due bambini dagli sguardi sognanti che procedono a passetti verso scuola, tutto il giorno e tutta la vita davanti. Ogni cosa ancora così pregna di magia e mistero da farti attendere ad occhi sgranati il minuto successivo. Conta ciò che riempie i buchi di grandi eventi, drammi, successi, trionfi e masturbazioni. Un signore che ti tiene la porta, perchè ha imparato che chi semina vento raccoglie tempesta, e chi semina semi, se tutto va bene, si spezza la schiena a raccogliere i frutti. Ma almeno è stato produttivo. Una telefonata di un amico che non ha niente da dirti. Ti saluta. Un barista con le occhiaie, i piedi gonfi, il ventre rilassato, il sorriso di chi non ha mai cambiato lavoro. Camminare in salita e sentire i muscoli delle gambe che fanno il loro dovere. La giacca che ti avvolge mentre il freddo cerca di infilarti una mano nei pantaloni, vecchio porco. Conta quello che viviamo meccanicamente. Una ragazza inginocchiata per la strada, controcorrente, nel senso opposto di frenetiche formiche lavoratrici fiondate verso i loro loculi di produzione. Chiede elemosina, raccoglie indifferenza. Ed una spruzzatina di sdegno cattoborghese da evasione fiscale. Cristo. “Che cosa conta?”. Ciò che diamo per scontato. Respirare senza tossire. Correre senza sputare sangue. Vivere con il privilegio di inseguire i pensieri più alti, l’epistemologia di una vita altrimenti animale. I massimi sistemi, l’onanismo psichico. Lavarsi le mani con cura esagerata, quasi non esistesse un domani. La trapunta nel letto matrimoniale. I 15 secondi prima che il sonno ti porti nell’ultima dimensione in cui sei ancora bambino. Lì un po’ di magia e mistero ancora c’è.

Arrivai con questi pensieri in ufficio, dove rimanevo sepolto sotto il neon fino a 14 ore al giorno. Passavano le settimane e mi sentivo consumare da dentro. Lo sconforto e la frustrazione erano talmente evidenti che non facevo nulla per nasconderli. “Trichiti ttack”. Suoni di dita sulla tastiera. Computer, telefono. Quel che importa è non fermarsi, secondo la logica. “Pronto sì buongiorno”. “Pronto sì salve vorrei”. “Pronto buonasera è possibile”. Pronti a tutto. Tranne a vedere i fili del burattinaio. Le maglie delle catene. Provate a chiedergli che fanno. “Mi occupo di”. Non risponderanno mai. Tentano di nascondere la loro inutilità con le perifrasi. Maledetta mancanza di sintesi. I burattini battono sulle loro tastiere. Il grande fardello, Orwell, c’eri quasi. Ci controllano con gli uffici. Che si può fare, dagli uffici? Scrivere su una piattaforma sociale? Telefonare di straforo? Raccontare ad un diario quanto ci si sente soli? Mentre le pareti si stringevano. Presto mi sarei arreso. Lo temevo, attendendo che quella catena di smontaggio mentale prendesse anche me. Mi guardavo intorno. Aspettando di morire, si illudono di vivere. Litigano per il riscaldamento e la finestra aperta. Si raccontano i loro week-end, contendendosi il primato di chi ha tirato più tardi. Dolore ai piedi per aver ballato troppo. Cheilvestitinochetiraccontavosabatoèpiaciutotantissimo. Sognano ancora. Poi la pena, sentimento più razzista del mondo, si impossessò di me. Cuffie, isolamento. Quando alzavo la testa e li vedevo al telefono, i fantocci, li avrei voluti arrotolare con lo scotch. Mummie pagane e moderne da esporre nei musei del futuro con la scritta “passavano a vita ultraterrena facendosi finalmente burattini a tutti gli effetti”. Pinocchio al contrario in teatrini di mediocri esistenze. Talmente presi dal loro lavoro inutile da non farsi domande. Pensare. Che quando gli viene la tentazione si rinchiudono in gabbie. Le carceri mentali con la musica che obnubila il cervello. Si balla, le casse grosse, il volume alto, le vibrazioni nella cassa toracica. E non pensi. L’alcool ci rende sicuri, stasera, vero burattino? Sopravvivevo illudendomi stessi portando a termine un’indagine sociologica. Li usavo come anti-eroi. La cosa che mi faceva più infuriare, respirazione a stento, è che ridevano al telefono. Mi avvolsi nella musica. Mi sentii meglio. Durava sempre poco. Poi, tolte le protesi musicali, in quella cella tornava l’angustia. Come un rimpianto tornava, senza bussare. Mi veniva da chiedere, strillando, se le pareti fossero solo quattro. La mancanza d’aria, la luce bianca. Usavo le cuffie come una frusta, schioccata contro le bestie attaccate al giogo di un silenzio scandaloso. Il burattinaio muoveva i fili e loro si muovevano scomposti come bambole rotte in bocca a un cane.

 

Ero sempre più intollerante, e mi veniva via via più difficile mascherare il disgusto. Li guardavo. Sembravano tutti sapere esattamente cosa fare. Micro-ingranaggi ben oliati, li osservavo trascinare le loro gabbie d’anime morenti in edifici che ne limitano prospettive e sogni. La maggior parte delle persone sono molto strane. Passano le giornate tra quattro pareti offese da riscaldamento e umidità senza farsi domande. Tentavo di nascondermi. Non avevo voglia di far parte di quel sistema arido di produzione. Si muovevano freneticamente. Chi si ferma è perduto. Aspettavano il fine settimana per scatenare l’Es tenuto a riposo mentre piegavano la schiena al lavoro, con il partner, i familiari. Protestano solo quando si sentono al sicuro, sono fatti così. Montano la rabbia come albumi solo alle poste, alla fermata del bus, al semaforo. Essì che poi ti viene da interessarti al vecchio che chiede l’elemosina. Senza perdere la fierezza, se ne sta lì, nel suo vestito liso, la barba di una settimana. Ringrazia con la testa. Gli occhi ti sorridono, quando lasci cadere qualche spiccio nel suo cappello. Chissà quale trappola gli ha riservato la vita. Quella vita che non si può che definire “sequenza di grane”.

Una mattina ero in ritardo e presi la metropolitana. Le carrozze si riempivano lente, come formicai. Gli automi, ancora fradici del sonno dei giusti, gonfiavano il ventre della macchina sotterranea. Le luci bianche, artificiali. Lo stare sotto, moderni insetti e roditori. Una donna, una volta bella, mostrava senza pudore i segni di una vita tribolata. Oscena e drammatica, portava sul viso la sintesi dell’esistenza: un susseguirsi più o meno frenetico di problemi. Espressioni spente rivolte al momento successivo. L’incapacità di vivere l’attimo che condanna ad una dimensione di eterno futuro. I minuti si succedono e si fanno ore, che si fanno giorni, che si fanno mesi. E presto il tempo ci ha sconfitto. Qualcuno si addormentava tra una fermata e l’altra. È l’unico modo per vivere l’illusione di un’esistenza fuori dalla gabbia. Sguardi spenti. Chi sorride è solo un pazzo, un ubriacone, uno svitato. Ovvio. Cercai di succhiare un po’ di vita dall’iPod inspirando l’aria calda della carrozza. Una giovane ragazza dai capelli rossi, infuocati, mi stava guardando. Chissà cosa vedeva. Mi sorrise. Notai che stava leggendo il mio stesso autore: l’ubriacone nichilista. La differenza c’èra, però. Io lo capivo. Lei lo amava. I libri sono gli unici veri amanti della vita. Quando si impara a leggere cominciano a scorrere nel sangue. Si entra nella storia, si conoscono i personaggi. Non si guarda il numero della pagina, se non per preoccuparsi della fine che avanza. E le pagine vengono masticate, senza volerle ingoiare, perchè allora il gusto finirebbe. La vita diventa una storia. Nei libri non c’è mediocrità. C’è la luce soffusa di chi pensa a dar forma alle parole. Non c’è la faticosa ricerca di entusiasmo per sentirsi un po’ più simile agli altri. Le apparenze. Nei libri sei Dio. Guardi dall’alto. Giudichi, muovi il tempo attraverso lo scorrere delle pagine. Avanti, indietro, stop. Stabilisci quali nomi e luoghi ricordare. Con chi simpatizzare, se approfondire. Protesi di libro: altri libri. Link senza web. Ed è un angolo di mondo, per una volta non angusto. Un libro è un compagno, perchè fisicamente ci segue nella giornata. Un amante, perchè si dorme con lui e vicino a lui. Attraverso le pulsazioni dei polpastrelli delle dita sa come stai, più di chiunque altro. Ci si tocca, in un amplesso infinito che finisce sempre bene. Salvo la rottura. Allora lo lanci per terra bestemmiando. Finisce. E non vorresti. Te ne accorgi quando leggi le ultime frasi come fossero epitaffi di tombe celebri (e viene in mente Epitaph dei King Crimson … The wall on which the prophets wrote…). Poi si chiude il libro. Si riguarda la copertina. Strofini le dita sul dorso, quasi che per osmosi potesse ancora dare qualcosa. Come quando ad una ex le dici con tono serio: “Buona vita”. Poi lo lasci alla sua seconda esistenza. Quella di apparenza, vicino ai suoi simili, nella tua libreria. Dove sarà forma con scarso contenuto. Ma un pezzetto della tua vita sta lì, per sempre.

 

Un giorno decisi di darmi malato. Mi rimisi a dormire e feci un sogno. Un sogno lucido. Avevo 15 anni e il mio corpo di teenager. Con la testa e le conoscenze attuali. Vivevo però la magia e il fascino che un ragazzo di quell’età assapora ogni giorno. Interagivo con adolescenti, mi sorprendeva l’assenza di cellulari. Tutto era pieno di vita. Succhiavo ogni novità con lo spirito di un esploratore. Le piccole conquiste a scuola, i sogni per un futuro ancora troppo lontano per fare paura. Ogni singolo successo era qualcosa di incredibile. Senso di immortalità. Conoscere gente era fantastico. I miei amici rimanevano sconvolti dal mio cambiamento. Parlavo di esperienze che gli altri avevano visto solo nei film o letto nei libri. Complici le letture di Jodorowsky, mi rendevo conto di avere un controllo sul quel regno di lucida fantasia. Il mio cervello elaborava -veloce- informazioni che non razionalizzavo, eppure erano evidentemente mie: facendo un numero di telefono urbano mi rendevo conto che non serviva il prefisso; interagendo con una ragazza non pensavo minimamente di andarci al letto. Ero un visionario, un profeta, un uomo ragazzino attento a tutto quello che succedeva per scorgere i contorni di una storia che avevo già vissuto. Cercavo nella gente e nelle parole i semi di avvenimenti già cresciuti, fioriti, letti, riletti, studiati. Avevo paura (e speranza) di mutare il mio futuro con singole scelte apparentemente impalpabili. Poi la sveglia. Amara. Con la consapevolezza di essere al solito posto. Fermo. Immobile. Nessun fascino per un avvenire grigio come il vestito di un impiegato. E l’incubo di una maturità troppo avanzata per non sentirne i morsi. I morsi del conto che la vita mi presentava ogni giorno per non aver avuto il coraggio di creare un vero sogno.

 

Quella notte non riuscii a dormire, complice la mattinata passata al letto. Mi alzai. Troppa vita c’era nell’aria. Non l’avevo voluta e potuta sfruttare, ma ne sentivo l’odore. Mi tormentava il pensiero di non vivere a pieno ogni singolo giorno come un dono. Era un chiodo fisso. Sentivo che tutto poteva essermi tolto da un momento all’altro. Dovevo svegliarmi ruggendo al sole, addormentarmi frustrato per l’inattività. Me lo ripetevo ogni mattina. Era un mantra che non funzionava. Non che fossi depresso, anzi. Ma qualcosa, come un piccolo computer senza interfaccia, mi avvisava che non mi stavo giocando tutte le carte a disposizione. La musica, respiratore artificiale di un cervello-polmone troppo pigro, mi teneva emotivamente in vita attraverso lo stereo. Le note scendevano come quelle grosse gocce che scivolano dalle foglie degli alberi nei boschi, dopo un temporale. Liquide, grosse ma agili, prima lente, poi in accelerazione. Sentivo la testa che si riempiva piano piano. Ora non erano più gocce. C’era del fluido musicale nel mio corpo e si stava spandendo. Giunto all’altezza del collo cominciò a riscaldarsi. Si fece musicaliquida calda. Entrò nei polmoni. Respirai meglio. Entrò nel cuore, e la vita mi colmò di energia. Passò, attraverso il muscolo cardiaco, a tutto il sistema circolatorio. Formicolio. Sentii il corpo farsi nota nera di pentagramma a 5 righe. Dalle grosse cuffie arrivò la forza delle percussione. Ora avevo addosso il battere di una fitta pioggia, sottile ma continua. Cuore a tempo. Percussioni che fanno regredire allo stato di Baccante, schiavo di Dioniso. Pizzico di taranta nella Puglia di vino rosso. Sangue fluido, pressione veloce di un cuore che si muove come la cassa di una batteria, somma-“gestalt” di tutte le percussioni del mondo conosciuto. Bum. Bum. Poi furono i violini di Vivaldi. All’improvviso non controllavo più il corpo. Regolai il volume con il telecomando. I violini entrarono in una dimensione di puro sistema nervoso. Cuore pulsante in rallentamento. Brividi incontrollabili nascevano e finivano solo quando gli occhi, gonfi di acqua salata, si appesantivano, liberando l’anima. Intensità. Mi vidi in terza persona, come nelle esperienze di pre-morte. Quando esplosero le viole vidi tutto nitidamente. Uno di quei rari momenti di lucidità. Ero io, con la musica. Il libro che mi aspettava con la realtà visiva della mente. Cosa potevo volere, in quel momento? Vivere la vita reale forse. Eppure a volte tanto sterile. Mediocre. Troppo facile rifugiarsi in quel mondo isolato. Musica progressive rock come insulina per un diabetico. Fuori i pensieri negativi. Dentro la fluidità delle dita del pianista. Come alcuni insetti fanno sul pelo dell’acqua, sfruttando la capillarità dell’acqua. Andava veloce come un missile, il mio cervello. Lo volevo immaginare come una barca a vela che scivola di bolina. La vita erano gli schizzi. Ora non c’era mondo fuori. Non importava nulla. Ero cibernetico, protesi di un corpo troppo umano senza musica, troppo perfetto con le note. Ho sempre creduto che le cuffie siano necessarie. Si può iniettare un vaccino senza siringa? Fascio di luce attraverso la gelatinosa materia grigia. La mia vita era come un romanzo di formazione. Ma al contrario. Pensavo a quei lunghi libri in cui una povera anima condannata alla perdizione finiva per divenire una personalità rispettata e perfettamente integrata nella società. Attraverso prove di rara crudeltà raggiungeva la maturazione. Io aveva fatto l’esatto opposto.

 

La mattina seguente. Occhiaie nerissime come il mio umore. Autobus. 7.30. Nell’indifferenza totale di un mezzo pubblico entrò una donna sulla quarantina. Bella presenza, magra, non le mancava nulla. Apparentemente “normale”. Quindi indifferente. Invece no. Ringraziò una ragazza che le aveva fatto spazio. Una, due, tre volte. Con sorrisi larghi così. Ad alta voce, con il cuore e, sì gente, amore. In molti si giravano. La donna era pazza. Ammalata grave di gentilezza senza freni. Guardò una suora, la salutò e gli testimoniò la stima per il messaggio d’amore che portava. Le raccontò del suo adorato cane che giocava sempre con un calzino colorato. Poi distribuì sorrisi a destra e manca, la pazza. Tutti la guardavano, nessuno aveva il coraggio di risponderle con un sorriso. Non siamo mica pazzi, noi. Ci vuole coraggio per uscire dal flusso della “normalità”. Serve un ribaltamento della realtà totale, un rifiuto delle convenzioni per capire cosa conta. Perché conta il diverso, chi essendo apparentemente agli antipodi ci costringe a guardarci in profondità. Pensai questo, entrando in ufficio. Mi guardai intorno. Forse attraverso quel circo di mostri avrei potuto capire quello che volevo. Dall’altra parte dello specchio c’ero io, ma insieme a me si sviluppava un mondo con cui, interagendo, sarei potuto cambiare.

 


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...