Racconto: Pane e Peperoni

Un mio breve racconto sulle emozioni del cibo, le radici e la terra. 

Pane e peperoni

Il sole picchia forte. La Calabria d’agosto non è un posto per tutti. Fino alla sera non si può camminare, il rischio è di vedere le scarpe affondare nel cemento squagliato.

Paolo guida nel caldo torrido delle 11 del mattino. Impreca contro l’aria condizionata che non vuole ingranare. Percorre una salita ripida, piena di curve, che in pochi km dal paese lo porterà in montagna. C’è la festa della Madonna del Carmine, tutti e tremila gli abitanti si trasferiscono al fresco degli alberi del Pollino. Sono già tutti lì dall’alba. Paolo ha passato le prime ore della giornata a cercare il segnale internet per la chiavetta di connessione. Ogni estate va, anzi come dicono lì “scende” al paese del padre a cercare le sue radici.

Il cellulare vibra sul cruscotto: è una e-mail. L’ufficio non gli da’ pace. Quando arriva all’accampamento sono giù tutti concentrati sul cibo. I tavoli di legno sono ricoperti di tegami, thermos, piatti di carta, contenitori di plastica, pagnotte grosse come valigie. I profumi della carne che cuoce sulle griglie si mescolano a quelli della legna che brucia.

Paolo parcheggia la macchina sotto ad un albero. Spegne il cellulare e respira a fondo, l’aria buona gli deterge i polmoni offesi dall’inverno cittadino. Cerca la tavolata dei suoi parenti. Deve trovare quella con più gente, più rumorosa, non sarà complicato. D’improvviso riconosce l’Ape a tre ruote dello zio. Non è difficile: ha lo spazio di carico occupato da tre damigiane da 10 litri di pessimo vino rosso; due fusti di birra da 15 e 3 angurie. Più tardi quei “muloni” verdi, come li chiamano lì, saranno spaccati in due, svuotati in parte con grossi cucchiai e riempiti di vino e frutta. Lo zucchero di pesche, melone e anguria aumenterà la gradazione alcoolica del rosso dozzinale: tra poco saranno tutti ubriachi e canterini. Paolo sorride pensando al pomeriggio di canzoni sbilenche e balli scomposti.

È l’ultimo a sedersi al tavolo, ma lo trattano da ospite d’onore. Si trova davanti una sfilata di pietanze da farsi venire il colesterolo alto solo guardando: melanzane ripiene di polpette fritte, pollo alla cacciatora con patate in umido; salsiccia piccante, pizza con pomodori secchi, pasta fatta di farina e acqua con ceci, pane con le olive, pomodori freschi con peperoncino (detto “diavolicchio”) intero, melanzane sott’olio, carne di vitello cotta ai ferri, un mezzo maialino intero, carne di cinghiale con spezie, dolci con miele.

L’angoscia della scelta lo sta per gettare nella disperazione più totale quando vede la vera star della tavola. Una pagnotta di pane fresco da tre chili aperta in due lungo la circonferenza, leggermente scavata nella mollica dove sono stati aggiunti peperoni cotti con cipolla e olio buono. L’unto della spremuta d’oliva impregna la mollica in tutto il suo volume, colorando l’interno della pagnotta. Ogni fetta è un trionfo di sapore. Paolo ne taglia una fetta abbondante, la porta alla bocca annusandone avidamente l’essenza. Quando lo morde sente la crosta croccante del pane cotto nel forno a legna della zia, poi la mollica imbevuta d’olio e pomodoro, infine il cuore di peperoni verdi. Nella bocca un’esplosione di gusto fa partire un impulso che arriva fino al cervello. Si accendono ricordi di infanzia, quando non c’erano telefoni. Le papille gustative gli restituiscono le sensazioni dei suoi avi, dei contadini che andavano a lavorare alle 5 del mattino e facevano quel pasto per avere le forze fino al pomeriggio. Si sente a casa, mastica e si lascia versare un quartino di quel rosso troppo forte, aspro come le campagne di quella terra bruciata dal sole e dagli incendi dolosi di chi lucra sulla distruzione della natura.

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